Euphrase Kezilahabi

è uno dei più giovani e più importanti scrittori contemporanei swahili ed è relativamente prolifico. Già il suo primo romanzo lo impose subito come scrittore popolare: i suoi libri sono stampati in numerose copie e sono molto letti nei villaggi.

E' uno scrittore profondo e controverso con cui vale la pena confrontarsi sia per le tematiche - in particolare per l'accento che pone su problemi, crisi interiori dell'individuo -, sia per la forma delle sue poesie: il suo è stato il primo tentativo per liberare la poesia swahili da vecchie regole prosodiche.

Euphrase Kezilahabi nasce il 13 aprile del 1944 nel piccolo villaggio di Namagondo sull'isola Ukerewe. L'isola si trova nel lago Nyanza (o Vittoria), nella Tanzania nordoccidentale. Frequenta il seminario dove si svolgono i suoi studi primari e secondari. Qui, durante l'ultimo anno di studio, comincia a scrivere il suo primo libro, Rosa Mistika, pubblicato nel 1971, in cui tratta il problema del ruolo dell'ambiente sociale nella formazione della personalità dell'individuo.

Dopo un periodo di insegnamento in alcune scuole, si iscrive all'Università di Dar es Salaam, dove nel 1970 prende il titolo accademico di B.A. Nel frattempo, termina il romanzo Rosa Mistika e comincia a scrivere le prime poesie, inizialmente in inglese poi esclusivamente in swahili.

Terminati gli studi universitari, insegna per alcuni anni nelle scuole secondarie. è nella scuola "Mkwawa" quando pubblica, nel 1971, la poesia Vipanya (Topolini) nella rivista dell'Istituto di Ricerca per il Swahili. è la prima poesia swahili in versi liberi che attacca la classica prosodia swahili imputata all'influsso arabo. Con questa poesia ha inizio il dibattito culturale sul verso libero nella letteratura swahili.

E' anche di questi anni la pubblicazione di Dakika 15 za Uzalendo (Quindici minuti di Patriottismo) e la composizione di due romanzi.

In Kichwamaji (Lo spostato) lo scrittore intende descrivere gli effetti del colonialismo sull'intellettualità tanzana e la separazione di questa dalla società nonostante la presunzione di essere la guida. Il titolo ed epiteto del personaggio principale richiama il soprannome con cui Kezilahabi firmò la poesia Vipanya ed è a sua volta richiamato dal nome del sacerdote americano, Emptyhead, di Gamba la nyoka (Pelle di serpente).

Contemporaneamente a Kichwamaji esce, nel 1974, la raccolta di poesie, incluse quelle originariamente scritte in inglese e qui presentate nella versione swahili. Le poesie di Kichomi (Fitta) sono i primi esperimenti di verso libero e sono di contenuto esistenzialista - su questo termine sarà necessario ritornare per chiarire il senso di certe scelte e il modo in cui la critica ha valutato il suo lavoro - e divulgatore dell'Ujamaa (Socialismo) del Presidente della Repubblica Tanzana, J.K.Nyerere.

L'altro romanzo è Dunia uwanja wa fujo (Il mondo è un posto in subbuglio), pubblicato nel 1975, in cui si occupa del posto dell'individuo nella società e delle conseguenze della Dichiarazione di Arusha. Nel 1944 Euphrase Kezilahabi entra a far parte, quale lettore di letteratura swahili del Dipartimento di Swahili dell'Università di Dar es Salaam.

Il 1975 è un anno denso di attività.

Con una tesi su Shaaban Robert, Mwandishi wa Hadithi (Shaaban Robert, Scrittore di Racconti) riceve il titolo accademico di M.A.; pubblica un articolo in cui prende in esame le caratteristiche dei romanzi polizieschi - tecniche che egli stesso abilmente utilizza nelle sue opere narrative - Riwaya za Upelelezi katika Fasihi ya Kiswahili (I romanzi polizieschi nella letteratura Swahili) e termina il suo ultimo romanzo, Gamba la nyoka (Pelle di serpente), che apparirà solo nel 1979, quando ha avuto già modo di scrivere un racconto, Mayai - Waziri wa Maradhi (Mayai - Ministro delle Malattie).

Gamba la nyoka, secondo quanto l'autore stesso ha dichiarato, è un romanzo politico su quanto avviene nei villaggi ujamaa. Ad una prima lettura, invece, appare un volgare libello di propaganda politica, tuttavia, se si inquadra il romanzo nel discorso narrativo complessivo dello scrittore - confrontandolo in particolare con il racconto in cui Kezilahabi denuncia il tradimento della classe politica - questo acquista un significato di forte critica alla politica tanzana e di proposta alternativa.`

Nel 1980 Kezilahabi propone una chiave di lettura della sua opera con il saggio The Swahili Novel and the Common Man in East Africa che completa e precisa quanto precedentemente dichiarato in una intervista a Bernarnder.

Dichiara, in breve, di rivolgersi agli abitanti dei villaggi e all'uomo medio tanzano o Common Man. Per questo egli, di lingua kerewe, ha fatto la precisa scelta di scrivere in swahili piuttosto che in inglese - lingua in cui ha compiuto tutti i suoi studi e scritto i primi versi. Posizione in contrasto con quella di altri scrittori dell'Africa certamente più universali anche per questo motivo linguistico.

Kezilahabi è una delle figure più rappresentative del mondo tanzano contemporaneo; romanziere, ma anche poeta, critico e saggista, si è sempre preoccupato di riprodurre un'immagine esatta della realtà sociale. In manifesto sostegno della politica socialista del Governo, o meglio di Nyerere, si è mosso su posizioni sempre più critiche nei confronti dell'apparato burocratico e della corruzione dilagante fra coloro che si servono di questa ideologia per la caccia al denaro e al successo personale.

Oggi Kezilahabi insegna all'Università di Dar es Salaam.

Le opere letterarie

Rosa Mistika

Euphrase Kezilahabi esordì nel 1971 con il romanzo Rosa Mistika, il quale fu accolto con un misto di entusiasmo, perplessità e scalpore. Il Ministro dell'Istruzione ha avversato il romanzo, vietandone l'uso nelle scuole secondarie, perché il direttore del Morogoro College of National Education vi è descritto come un individuo depravato, mentre il Clero si è offeso per il confronto della dissoluta Rosa con la Vergine Maria.

Il romanzo descrive una ragazza che si libera dalla brutalità del padre (un alcoolizzato) e che cresce fino alla maturità in un'atmosfera scolastica di "libertà" sessuale. Il suo sforzo di vivere la sua vita - dapprima con un anziano amante (Deogratias), poi con un suo antico amico d'infanzia (Charles) quando già è insegnante ed ha deciso di rompere con il dissoluto passato - non ha successo. Aveva cercato di essere sposata decentemente, ma Charles non comprende la sua trasformazione spirituale e dopo aver scoperto che non è più una vergine l'abbandona causandone il suicidio.

Così lo scrittore in questo suo primo romanzo affronta il problema della amoralità delle studentesse, e mentre evidenzia il ruolo essenziale dei genitori, insegnanti e adulti nel processo di formazione del carattere, egli li biasima per la loro guida inadeguata. Allo stesso tempo dimostra che la libertà sessuale non ha niente a che fare con l'atteggiamento complessivo dell'individuo verso la vita e non dovrebbe essere considerato nella valutazione delle capacità professionali dell'individuo. Nel caso di Rosa si dovrebbe essere certi che le sue sfortunate esperienze come giovane donna le impediranno di ripetere l'errore dei suoi insegnanti. Questo tuttavia non significa che Kezilahabi approvi la condotta di Rosa. Il simbolo del bene è sua madre (Regina), che è paziente e tollerante, sulla cui tomba crescerà un arancio con buoni frutti, mentre quelli delle tombe di Rosa e di suo padre (Zakaria) ne porteranno di immangiabili.

Lo scrittore denuncia, inoltre, l'incapacità della Chiesa e della Scuola con la loro disciplina di eliminare il problema dei figli "illegittimi" - che per la madre di Rosa non sono uno scandolo, ma una fonte di gioia, mentre il sacerdote li considera frutti di un peccato di una donna perduta: la Chiesa per la sua mancanza di soluzioni reali e la Scuola per i suoi metodi inefficaci. Infine, Kezilahabi affronta il problema della redenzione cristiana per tutti i peccati sessuali delle giovani. presenta l'autoassoluzione come un puro affare individuale e che non dovrebbe avere alcuna influenza sull'establishment sociale, giudicato dai fatti. Ma la contraddizione fra l'opinione di Rosa e la morale comune causa il suicidio del personaggio. La forza del romanzo è basata sulla sua enfasi dell'ambiente - il villaggio, la scuola e l'ambiente urbano - che influenza fondamentalmente i comportamenti individuali.

Kichwamaji

Il secondo romanzo di Kezilahabi, Kichwamaji [Lo spostato, lett. "Testa di acqua"], uscito nel 1974, rivela già la piena maturità artistica dell'autore. Vi è evidente una forte componente autobiografica: si ricordi, fra l'altro che il titolo ed epiteto del protagonista è stato un suo pseudonimo.

Il protagonista Kazimoto, studente universitario e futuro insegnante, è un intellettuale che ha perso il contatto con la sua società d'origine: il villaggio nativo, in cui si sviluppa la maggior parte del libro durante alcuni suoi mesi di vacanza. Il villaggio è un miscuglio di ostilità fra famiglie, spiriti, pettegolezzi, problemi familiari, faccende amorose, morti misteriose, ecc. ed è difficile riassumere il libro in poche frasi.

Arrivato a casa per le vacanze Kazimoto deve soddisfare le attese della sua famiglia. Deve discolpare sua sorella (Rukia) dall'accusa di amoralità, deve proteggere la casa contro strani spiriti notturni, deve amoreggiare con la figlia della vicina (Vumilia e Tegemea), deve essere da modello a suo fratello (Kalia). E' sconfitto in ogni cosa, non appartiene più al modo di vita tradizionale del villaggio.

I suoi piuttosto rozzi e irresponsabili tentativi di mettere le cose a posto sfociano tutti in disastri.

La tragica morte della sorella Rukia - sedotta e abbandonata dal suo amico d'infanzia Manase - e la conseguente morte della madre suscitano in lui sentimenti di vendetta. Egli si vendica dapprima bruciando la capanna di Kabenga (il padre di Manase), poi seducendo la sorella di lui, Sabina. Il fratello di Kazimoto, Kalia, trovatosi fra la tradizione e la vita moderna, fra lo stile di vita dei suoi genitori e quello di Kazimoto, può prendere solo quest'ultimo come suo ideale, visto che i genitori non possono educarlo in ambedue i modi di vita. Ma Kazimoto non riesce a prendere seriamente questo compito e le conseguenze sono disastrose per il fratello.

Alla fine Kazimoto si rende conto di appartenere alla sradicata ed istruita "élite". Si riconcilia con il suo antico nemico, il Commissario Distrettuale Manase, sposa sua sorella Sabina che è un'insegnante e di cui scopre di essersi innamorato, e lascia il villaggio a se stesso. Dopo il matrimonio la felicità di Kazimoto e Sabina s'infrange bruscamente quando il loro figlio, atteso con molta trepidazione, muore alla nascita. Kazimoto viene a sapere da Manase che la colpa è della sua relazione con una prostituta (Pili) la quale gli aveva trasmesso una malattia venerea. Malattia che anche a Manase e Salima aveva portato un figlio dalla testa sproporzionatamente grande e che viene presentata come un simbolo della decadenza del loro stile di vita risultante dall'influsso 'occidentale'. Già depresso e tormentato dai rimorsi per la morte del fratello che aveva rovinato con il suo cattivo esempio, Kazimoto non sopporta quest'altra sua colpa e con uno sparo pone fine alla sua vita, che giudicava inutile, anzi dannosa.

Il libro è violento e cruento. Tuttavia, spesso è molto divertente ed è facile per un alienato identificarsi con Kazimoto in molte scene. Le parti più simpatiche del libro sono le vivide immagini: la bevuta di alcoolici nella notte, le vecchie donne (Tegemea e Tuza) che lasciano il villaggio e vanno in città per vedere se tutto va secondo le regole quando il primo figlio di Kazimoto e Sabina sta per nascere, la fila delle persone in attesa fuori dell'ufficio del Commissario Distrettuale. Il racconto pacatamente delinea di pagina in pagina il profilo e il dramma dell'emblematico protagonista il quale esprime dubbi ed ansie dei molti giovani africani che hanno assorbito la 'cultura occidentale' al punto di non riconoscere più come propri i valori tradizionali.

Wasubiri kifo

Wasubiri kifo [In attesa della morte, lett. "Coloro che attendono la morte"] appare nel libro curato da J.M.Mbonde, Uandishi wa Tanzania. Insha del 1976, ma, poiché la prefazione al libro è del 1974, è stato scritto sicuramente entro e non oltre quest'ultimo anno, cioè quasi contemporaneamente al romanzo Kichwamaji.

In questo racconto c'è la descrizione sommaria della vita degli abitanti di un villaggio immaginario, Mkalala, e la descrizione della morte del capo del villaggio, Lugola.

Kezilahabi descrive con la stessa amarezza che si trova in Kichwamaji, la povertà e, soprattutto, l'abbandono in cui vivono gli abitanti di Mkalala. Questo villaggio è ignorato da tutti i responsabili politici del Paese e i suoi abitanti non sanno niente della politica tanzana: non distinguono la bandiera nazionale da quella del partito e le considerano alla stessa stregua delle bandiere dei loro gruppi folcloristici, ritengono che il Parlamento serva solo per stabilire il prezzo del riso. Queste persone nell'attesa della morte trascorrono la loro miserabile vita a coltivare riso e a consolarsi con l'alcool; quelli che riescono a riscattarsi ed arricchirsi fuggono dal villaggio e se ne dimenticano del tutto.

Il racconto è pieno di riflessioni dello scrittore stesso.

C'è la denuncia di quelle classi dominanti anche nel nuovo sistema sociale, che sono composte sempre dalle stesse persone ma che ora "si sono dipinte con i carboni ed hanno indossato vestiti neri" per continuare a succhiare, come grosse cimici, la povera gente, come gli abitanti di Mkalala, che sono invece i precedessori dell'attuale sistema sociale.

Lo scrittore deplora coloro che riescono ad uscire dalla loro miseria, ma si dimenticano delle loro origini e si riempiono la bocca "con molte parole e teorie senza capo né coda".

Sebbene il racconto sia permeato dalla rassegnazione dei poveri abitanti di Mkalala, l'autore incoraggia ad unirsi per far sentire meglio la propria voce e a scrollarsi da dosso il peso della miseria: "se non ci riuscite tentate ancora e poi di nuovo. Ma non disperate e non suicidatevi."

Dunia uwanja wa fujo

Dunia uwanja wa fujo, [Il mondo è una grossa confusione] apparso nel 1975, è un romanzo emblematico che contiene quasi tutti i temi trattati nella narrativa swahili contemporanea: c'è l'elemento folcloristico - la vita in un villaggio tradizionale nei vari suoi aspetti, fino a quello più misterioso, la stregoneria; vi sono le ragazze sfruttate, c'è il conflitto tra le generazioni, la vita in città con le sue insidie, lo sradicamento dell'africano, c'è un matrimonio borghese alla maniera occidentale e infine il socialismo africano (ujamaa, diverso dal socialismo e dal comunismo). Tutto ciò amalgamato in un libro sincero e narrativamente robusto. E' una storia di passioni, intrighi e psicologie inquietanti, non priva di colpi di scena. L'autore si è preoccupato di affrescare un quadro credibile e preciso sia di un piccolo villaggio nell'isola di Ukerewe, sia dell'ambiente urbano. Davanti a noi rivive il villaggio di Bugolola, la vita quotidiana dei suoi abitanti con le loro piccole e grandi preoccupazioni, illustrata per mezzo di vari episodi. L'attenzione si concentra dapprima sul "kraal" di Kasala, la cui figlia Leonila rimane in stato interessante da un giovane scapestrato di nome Tumaini. Questi ha ereditato alla morte dei genitori molto denaro che suo padre aveva depositato in banca per evitare che fosse diviso tra i parenti, come spesso succede. La vita nel villaggio scorre sui rigidi binari tracciati dalle usanze, tabù e antiche leggi tribali. Per esempio spetta ai genitori trovare il marito alla figlia; la moglie che non dà alla luce un figlio maschio può essere ripudiata; due amanti colti in flagrante vengono picchiati a morte; a un ladro scoperto si può tagliare un orecchio... Vi sono ancora streghe e stregoni che uccidono di nascosto uomini innocenti, oppure ne fanno i loro schiavi: dopo aver loro tagliato la punta della lingua e rovinato irrimedialmente il loro cervello con delle droghe, li costringono a lavorare di notte i propri campi, nascondendoli abilmente di giorno. Una tale strega viene scoperta nel villaggio: è la vecchia madre di Kasala, e tra le sue vittime sono il padre e la madre di Tumaini. Vergognandosi dei genitori, ridotti al livello animale e ormai incapaci di recupero, Tumaini abbandona il villaggio. Fugge insieme alla sua ultima amante Anastasia, che ha così sottratto ad un matrimonio indesiderato.

Nella seconda parte del libro l'azione si sposta in un piccolo capoluogo di regione - Shinyanga - dove si sono fermati Tumaini con Anastasia e John, l'amico che egli aveva portato con sé. Vi hanno trovato un compaesano, Dennis, figlio di Kasala, il quale, ignaro del torto che Tumaini aveva fatto a sua sorella Leonila, accoglie tutti con gioia. Funzionario del servizio di sicurezza, conduce una vita agiata ma solitaria con la moglie Vera, una donna grassa, pigra e cattiva che però egli ama ciecamente. Vera s'invaghisce di John, ma odia Tumaini e fa di tutto per nuocergli. In città i due amici si danno alla pazza gioia, mentre Anastasia accudisce alla loro casa comune e alleva perfino il figlio che Tumaini ha avuto da Leonila. Quando il denaro sta per finire, Dennis (su suggerimento di Vera) trova a Tumaini un lavoro alle sue dipendenze - un lavoro che allontanerà da lui tutti gli amici. A questo punto è facile per Vera aizzare contro di lui un gruppo di malviventi, ma il suo piano in parte fallisce poiché Tumaini, pur ferito gravemente, non muore. L'incidente tuttavia lo fa riflettere: decidendo di cambiare vita, si mette a lavorare la terra e scaccia John, il quale voleva continuare a sfruttarlo.

Anche a casa di Dennis le cose cambiano: accortosi finalmente del vero carattere della moglie, egli la rimanda dai genitori e dopo un po' si risposa con Bernadeta. La vita scorre liscia per entrambi per un certo tempo. Tumaini grazie al lavoro assiduo è diventato uno dei più ricchi proprietari terrieri della zona. La politica tanzana però cambia: la terra è ora considerata dellobStato. Tumaini viene additato pubblicamente come uno sfruttatore pregevole e i campi gli vengono tolti senza alcuna ricompensa per costruirvi sopra un villaggio socialista. Tumaini, profondamente avvilito da ciò che considera un'enorme ingiustizia e non vedendo davanti a sé alcun futuro, contrario come è al socialismo, compie un ultimo, disperato gesto di protesta: a colpi di rivoltella uccide il Commissario Distrettuale, responsabile dell'esproprio, e finisce sulla forca. Nella scena finale del romanzo si vede Anastasia e sua figlia trasferitesi nel villaggio socialista.

Gamba la nyoka

Gamba la nyoka [La pelle del serpente], pubblicato nel 1979, è completamente ambientato nell'isola Ukerewe, contrariamente ai precedenti in cui solo la prima parte descrive la vita nel villaggio.

Si segue, in particolare, il destino di due villaggi: Kisole e Bucho, nel quadro della politica tanzana di raggruppamento della popolazione in unità economiche agricole comunitarie con il conseguente abbandono della tradizionale struttura abitativa sparsa.

Bucho è già un nuovo insediamento, all'inizio della storia, Kisole, invece, è ancora un villaggio tradizionale ed è in corso il suo piano di ricostruzione. Gli abitanti di Kisole, però, non accettano di trasferirsi volontariamente nella nuova area, soprattutto perché non tollerano che una generazione più giovane - quella al potere - solo perché ha studiato voglia imporre delle scelte senza alcun rispetto della tradizione e degli anziani. Inoltre lo spirito di conservazione e la paura delle novità - nel personaggio Chilongo - è altro motivo di resistenza. Ci si oppone anche perché si possiede una casa appena costruita, che però risulta esclusa dall'area del nuovo villaggio - è il caso di Mama Tinda -, oppure, ancora, per ostacolare la politica socialista del Governo - nel caso del sacerdote americano Emptyhead (o Madevu).

Gli abitanti di Kisole, nonostante la loro resistenza perfino cruenta, ma inadeguata, sono comunque costretti a trasferirsi con la forza e con l'astuzia.

I nuovi villaggi possono scegliere il tipo di organizzazione politico-economico da darsi fra quella tradizionale basata essenzialmente sulla proprietà privata dei beni produttivi e quella cooperativistica con la proprietà collettiva.

Kezilahabi, in questo romanzo, descrive l'intero processo di sviluppo da villaggio tradizionale a villaggio socialista (kijiji cha Ujamaa) che inizia con una prima ristrutturazione del villaggio tradizionale con relativo trasloco dei suoi abitanti. Kisole è l'esempio del passaggio da tradizionale a "moderno"; Bucho, invece è l'esempio da "moderno" a socialista.

Nel primo periodo i contadini criticano il Governo perché trovano che i campi e i pozzi sono troppo lontani dalle nuove abitazioni le quali sono costruite su terreno fertile che, quindi non potrà più essere coltivato, inoltre, le case sono troppo vicine per persone abituate a vivere a centinaia di metri di distanza, ed, infine, gli aiuti promessi dal Governo non arrivano. Dopo la scelta ujamaa i risultati ancora non sono incoraggianti: i profitti diminuiscono invece di aumentare come era stato propagandato; non c'è una reale uguaglianza: la distribuzione della terra, del bestiame, dei profitti e dell'istruzione non è equa; le promesse del Governo (ad es. l'ospedale e l'acqua) non sono mantenute e la corruzione è diffusa a tutti i livelli: dai geometri incaricati di fissare le aree dei nuovi villaggi agli amministratori dei villaggi, del distretto, ai parlamentari. Ma col passare del tempo i burocrati vengono sostituiti e le cose cominciano ad andare meglio. I villaggi che hanno effettuato la scelta socialista si danno una struttura tale che permette loro di avere una vita economica autonoma. Intanto arrivano i primi aiuti dal Governo: l'acqua, il concime (che però ancora incontra la diffidenza dei contadini) e un trattore. Lo scrittore, nel finale, lascia supporre che anche gli altri villaggi, come Kisole nel romanzo, finiscono per scegliere di trasformarsi in villaggio socialista.

In questo quadro Kezilahabi inserisce pochi personaggi rispetto ai precedenti romanzi e sono tutti tipizzati. I principali sono Mamboleo e Mambosasa, due giovani insegnanti allontanati dal lavoro e puniti a vivere fra la gente del villaggio, da cui sono impazienti di evadere. Di questi personaggi scrive ben poco, sono appena abbozzati, piatti, cioè costruiti attorno all'idea che il romanziere vuole divulgare. E' l'utilizzazione di questi due personaggi che più suggerisce la tecnica e lo spirito degli ngonjera [Forma poetica con cui, utilizzando domande e risposte di due immaginari interlocutori, l'autore cerca d'influenzare esplicitamente il lettore o l'ascoltatore (spesso, infatti, lo ngonjera è scritto per essere declamato). Lo ngonjera è molto usato per dare insegnamenti morali o per indottrinare, ad es. per diffondere l'ideologia ujamaa. Per una panoramica delle varie definizioni di questa forma poetica vd. C.S.Mwakasaka, Ngonjera, in Umma (Dar es Salaam), 6, 2, 1976, 135-139], che Kezilahabi sfrutta in tutti i suoi romanzi. Le critiche alla realizzazione del programma ujamaa sono espresse tramite Mamboleo, che, come suggerisce il suo nome, rappresenta una posizione moderata e che è sostenitore di metodi persuasivi basati sul dialogo con il popolo e contrario alla coercizione, ai trasferimenti forzati. Mambosasa, anche in questo il personaggio è significativo, più impaziente e meno preparato politicamente, è quello che più rappresenta la classe dirigente corrotta e ambiziosa. Eletto Presidente del villaggio, grazie all'aiuto di suo padre, lo stimato Farjalla, sperpera il denaro pubblico e poco si preoccupa di una giusta amministrazione del villaggio socialista Bucho. Tenta invano di diventare un importante uomo politico ed, infine, riesce a lasciare il villaggio per andare ad insegnare in un capoluogo di provincia.

Mayai - Waziri wa Maradhi

Il racconto Mayai - Waziri wa Maradhi [Mayai - Ministro della Malattia], apparso nel 1978 sul settimanale Mzalendo, e dove tutti i personaggi hanno un nome allegorico, delinea un profilo amaro dei dieci anni trascorsi dalla Dichiarazione di Arusha. Kezilahabi descrive una giornata - quella dei festeggiamenti del decennio 1967/1977 - del Ministro della Malattia Mayai (il cui nome significa "uova"), cominciando con la presentazione del Ministro come una persona che aveva fatto carriera grazie all'appoggio di loschi individui, che evidentemente avevano in seguito usufruito del loro ministro.

Durante questa giornata il Ministro della Malattia è perseguitato dal fantasma del figlio morto nel 1973, che, guarda caso si chiama Ukombozi (cioè "redenzione, salvezza, liberazione"). La presenza di Ukombozi è così reale ed ossessionante che Mayai comincia a credere che suo figlio non sia morto realmente ma sia stato vittima di una stregoneria. Dapprima, allora, Mayai pensa di non dover aver paura di Ukombozi, perché in fondo è figlio suo, e quindi desidera far tornare la "liberazione". Cerca allora nella stregoneria o nella scienza qualcosa che lo possa aiutare nel suo intento, ma inutilmente. Poi, Ukombozi, ancora fantasma, accompagnato da altri nove bambini (che evidentemente rappresentano il popolo tanzano di questi dieci anni) affamati, malvestiti ed inutilmente oppressi da vari libri politici ("Dichiarazione di Arusha", "Costituzione del Partito", ecc.), si ripresenta a Mayai e assieme cancellano (con l'evidente intenzione di condannare) da un manifesto appeso ad una parete, tutti i nomi dei parlamentari e tutti - meno uno (Nyerere, ovviamente) - quelli dei membri del Governo. Questi bambini, poi, si sfamano con le vivande (thè, marmellata, pane, banane: una chiara colazione all'inglese!) conservate nel frigorifero di Mayai che cacciano dalla sua camera da letto di cui prendono possesso. A questo punto Mayai comprende che (l') Ukombozi può essere pericoloso per la sua sudata posizione di privilegio e quindi preferisce (parafrasando un passo del racconto) che "i tamburi continuino ad essere suonati da un cieco" e chiama la polizia per togliere di mezzo questi dieci bambini.

Cha mnyonge utakitapika hadharani

Cha mnyonge utakitapika hadharani [proverbio: "Il cibo dei poveri (mangiato di nascosto) lo vomiterai in pubblico"] che esce nel 1985 sul settimanale Mzalendo è un altro racconto satirico.

Malyangu (nome che significa "Mio, proprietà mia"), un alto funzionario governativo, si vanta di essere un rivoluzionario e di occuparsi dei bisogni del popolo. E' un uomo libertino e vanitoso, di buona compagnia sul lavoro, ma molto severo in casa, dove rivolge la parola solo alla moglie. Questa, appartenente anche lei alla classe dirigente, è una donna altrettanto vanitosa che si veste con abiti provenienti dall'estero. Per vendicarsi del marito libertino si prostituisce e si fa mantenere da un altro uomo.

Il giorno del ventesimo anniversario del loro matrimonio decidono di andare a cena in un ristorante. La moglie propone di andare al Kilimanjaro, un albergo di lusso, ma Malyangu volendo ostentare il suo interesse per il popolo stabilisce che debbono andare in un ristorante di un quartiere popolare. Qui fanno sfoggio della loro agiatezza, acquisita sulla pelle del popolo.

Mentre stanno cenando qualcuno riconosce nella moglie di Malyangu la donna che mantiene ed allora scoppia una lite. Malyangu si ferisce ad una gamba.

Durante la malattia decide, assieme agli altri colleghi, di ripulire la città dalle persone indesiderabili. Ha così inizio in tutta la Tanzania l'"Operazione vagabondi", si decide cioè di trasferire in appositi villaggi tutti coloro che non possono dimostrare di aver un lavoro in città.

Ma i 'vagabondi' sono persone che più o meno direttamente servono alle classi più agiate: bambinaie, giardinieri, venditori vari, prostitute, ciechi, zoppi e stregoni. Quindi dopo solo una settimana comincia un via vai di funzionari che, con falsi certificati di lavoro e con le automobili dello stato, vanno a riprendersi le persone di cui hanno bisogno, a cominciare dalle prostitute.

Solo i ciechi e gli zoppi ritornano in città da soli, ad elemosinare.

Gli stregoni si guadagnano la fama di essere riusciti a sconfiggere il Governo. Malyangu si ammala e tutta la classe dirigente diventa cliente degli stregoni, che così si arricchiscono.

Malyangu e la moglie rappresentano la classe dirigente, in particolare il Governo, che, pretendendo di fare gli interessi del popolo, vive sulle sue spalle.

Nino Vessella, 1982

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© Nino Vessella , 1996-.
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